Il venditore di storie #1

Vendere storie è un lavoro da pazzi. Ma io non sono pazzo. Vendo storie a domicilio, anzi le racconto. Scelgo con cura una casa e una porta. Non è cosa facile. Serve una buona dose di intuito per decidere a quale affidarsi. Distinguere tra un “Sig. Carinci” e una “Famiglia Falpalà”. Ancor più complicato è decidere la storia giusta da raccontare,  così su due piedi, immobile sulla soglia di una dimora entro cui non sono ancora stato invitato a entrare. Né forse lo sarò mai.

Esistono vari approcci, ma io punto tutto sulla curiosità: quella piccola fiamma che accende lo sguardo che si posa sulla mia figura di sconosciuto, talvolta tenue e sfuggente oppure seccata e impertinente. Un piccolo istante mi occorre per afferrarla e modulare le successive parole per rassicurare o infiammare l’anima del mio interlocutore.

Vendo parole. E non costano care. Lascio al vostro buon cuore giudicarne il valore.

Mi fido. Comprare storie  è una cosa da pazzi.

La leggenda del girasole.

Era un tipo pieno di stranezze. Un giorno, non si sa come, fu preso dalla bizzarra idea di catturare le stagioni, ma ogni volta che provava a scendere a patti col sole finiva stremato a contare i fili d’erba ai suoi piedi.

Girasoli

Ogni storia ha il suo quaderno preferito:

Quaderno Medioevalis in cuoio morbido:  Il lungo laccio avvolge dolcemente il quaderno e tutto quanto in esso racchiuso, come l’abbraccio di un compagno gentile.

Quaderno cuoio morbido con laccio
Quaderno cuoio morbido con laccio “Medioevalis”

 

I miei erano contrari

il circo visita la periferia:

la bocca spalancata del tendone

a spicchi rossi e bianchi.

 

C’è qualcosa di poetico in ciò che non si percepisce,

quando l’interno si affaccia sull’esterno, come l’anima fa

quelle rare volte.

 

Sotto la stessa luce sporca di calce

qualcuno tenta di scappare, più in là

ci si diverte un mondo.

Milano-2
Milano, 2014

#20

Fil rouge

Lo sciabordio tra pali e fondamenta logora i nervi, lo stomaco.

Questo quartiere è una zattera; il vento lo spinge sulla sabbia e più in là,

riempie la stanza di pulviscolo e inquietudine.

Qualcuno rovista nel silenzio,

una battuta tagliente ha guastato l’amicizia tra due artisti

(un sodalizio assuefatto da teorie estetiche)

in sessanta opere non si è trovato neppure un luogo, uno dico, rifugio, sacrario, ma anche prigione o incubo dove fermare finalmente il viaggio.

C’è troppo giallo intorno per discutere, alla finestra

il sole tocca il mare per saggiarne la temperatura

un luogo dove fermare finalmente il viaggio

nella cornice una fotografia, sdraiati a Stromboli, la testa poggiata sulla sabbia,

infatti no, nemmeno qui, noi due naufraghi spaventati.

Venezia03

#17

Magdalenenstr. 54

l’attacco è incerto, un fill 

lo splash nella seconda terzina,

in levare

 

nel giardino di suoni minimi

(uno studio senza finestre) coltiviamo

vibrazioni intollerabili

 

“c’è qualcosa di poroso

vergato di nero, una pignoleria

a tratti orientale”

 

la musa siede, immobile

gli occhi chiusi – i gomiti poggiati

sulle ginocchia

 

“allo stesso tempo dolce

aristocratico come il day after

di un bagno a mezzanotte”

 

e quell’ultima nota

un’esca lanciata in aria, in attesa

al termine della lenza

Danzatrice - performance
Spettacolo di danza, foto privata

#12

L’alfabeto degli affetti

E’ dura la vita del collezionista. Di quella piccola serie di foto non resta che un esiguo numero di esemplari sfuggito miracolosamente alle maglie di un rigoroso presidio. Appartenevano a lei e fino alla fine le custodì con una gelosia feroce. Ricostruendo la storia però, se ne deduce la ragione.

S’innamorarono alla vigilia della guerra, da cui entrambi uscirono illesi. Lui, un collaudatore d’aerei, alto e coi baffi alla moda, di quelli sottili che sparirono solo nel ’37. Lei, opportunamente desiderabile e sognatrice, non la smetteva di sorridere e di scrivergli lettere con una grafia leggera e sottile, ritenendola appropriata a stimolare l’attenzione di quel suo unico lettore così fuori dal comune. Si trattava per lo più di cronache quotidiane, impressioni di vita collettiva fatte di uomini e donne messi insieme per l’occasione.

In cambio riceveva istantanee sovraesposte, cariche di una bicromia rovente, dolorosamente asfittiche oppure arse dal bulbo solare, che lui scattava in volo con una mano sola.

La prima che le fu indirizzata era completamente nera. Gli rispose con gentilezza, lodandolo per l’intenzione di cogliere l’essenza delle cose trascendendo il particolare, rilevando tuttavia la necessità di percorrere anche altre strade per esprimere l’infinita bellezza universale. Ne seguirono altre a svelare in maniera sempre più audace le avventure di quell’uomo infilato nel mezzo di nuvole inconsistenti, in cieli sordi dei suoni della risacca o del rumore delle fronde, ingolfato nel chiaro fumo dei motori. Inventarono una specie di nuovo alfabeto degli affetti, che attirò l’attenzione.

A chi le chiedesse di far emergere dalle carte un ricordo di quei giorni, lei faceva spallucce e rispondeva: “Ballava molto bene, ma faceva passi troppo grandi per me”.

Fenestrelle
Forte di Fenestrelle – interno, Val Chisone (Torino)

Microstoria #24

L’imprevedibilità dei suoni

Era una donna particolare e di lei mi piaceva tutto. Un giorno prese uno dei miei quaderni per appuntarvi i rumori che provenivano dal cielo. Mi spiegò che dei suoni dobbiamo accettare tutto, anche l’imprevedibilità e quell’assurda inspiegabile dilatazione: “il suono è come un colore che si spande a dismisura”.

Poi riprese quel suo strano elenco e vi aggiunse il fremito della luna in transito nel cielo di Settembre, che a suo dire era ben diverso da quello di Agosto.

Una notte mi trascinò fuori e indugiammo sotto il cielo ruvido. “Zitta ora” disse “si va a caccia di stelle. Guarda come ti acchiappo l’Orsa Maggiore”.

Margherite

Microstoria #21

La poetica di Léger

"Il mercatino delle pulci" parte 2 - Qui la prima parte.

No, non lo lasciai per quella foto.

Per quella poi. Era di un’ambiguità machiavellica, mancava di passione e dell’equilibrio rinascimentale che sostiene con gentilezza il gomito dell’osservatore permettendogli di adattarsi alla luce e aggrapparsi al filo della narrazione, prima di sentirsene sopraffatto. Non v’era alcun nesso simbolico a unire i due mondi e il gioco di specchi era un trucco da dilettanti, la lettura piatta di una carta da gioco.

La scena aveva qualcosa di artificioso, era costruita con una freddezza e un’accuratezza impeccabili e nemmeno la presenza di un corpo femminile, il mio, gettato lì in pasto alla luce, riusciva a mitigare la sensazione del dramma imminente.

Ci rimasi male e non lo nascosi.

La fiamma si alimentò del suo stesso dramma. “La figura umana non è più importante di una chiave o una bicicletta” disse con voce impostata citando Léger. “E’ una cosa assurda!” sbottai “Léger reinterpretò il concetto di scena rendendola parte di un’opera d’arte in senso assoluto”.

Discutemmo ancora, finché il candore sfacciato della sua camicia bianca non scivolò in silenzio sul sedile posteriore di un taxi.

Sì, lo lasciai per quella foto.

Londra-3

Microstoria #20-2