Il venditore di storie #1

Vendere storie è un lavoro da pazzi. Ma io non sono pazzo. Vendo storie a domicilio, anzi le racconto. Scelgo con cura una casa e una porta. Non è cosa facile. Serve una buona dose di intuito per decidere a quale affidarsi. Distinguere tra un “Sig. Carinci” e una “Famiglia Falpalà”. Ancor più complicato è decidere la storia giusta da raccontare,  così su due piedi, immobile sulla soglia di una dimora entro cui non sono ancora stato invitato a entrare. Né forse lo sarò mai.

Esistono vari approcci, ma io punto tutto sulla curiosità: quella piccola fiamma che accende lo sguardo che si posa sulla mia figura di sconosciuto, talvolta tenue e sfuggente oppure seccata e impertinente. Un piccolo istante mi occorre per afferrarla e modulare le successive parole per rassicurare o infiammare l’anima del mio interlocutore.

Vendo parole. E non costano care. Lascio al vostro buon cuore giudicarne il valore.

Mi fido. Comprare storie  è una cosa da pazzi.

La leggenda del girasole.

Era un tipo pieno di stranezze. Un giorno, non si sa come, fu preso dalla bizzarra idea di catturare le stagioni, ma ogni volta che provava a scendere a patti col sole finiva stremato a contare i fili d’erba ai suoi piedi.

Girasoli

Ogni storia ha il suo quaderno preferito:

Quaderno Medioevalis in cuoio morbido:  Il lungo laccio avvolge dolcemente il quaderno e tutto quanto in esso racchiuso, come l’abbraccio di un compagno gentile.

Quaderno cuoio morbido con laccio
Quaderno cuoio morbido con laccio “Medioevalis”

 

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Sakura

Prima di cominciare il lavoro penso al mio debito con Rimbaud. Accade ogni volta che cerco di scoprire chi sia quella persona, così discrepante e ignota, che mi alberga nel profondo. Queste foto sono frutto di un lavorio strano, una ricerca minuziosa e sconclusionata fatta di luci e ombre dove i personaggi si muovono veloci e nascono più da cancellazioni che da manifestazioni. Di fronte a certe inquadrature sento la necessità di tagliare teste, cancellare arti e ridurre al minimo i dettagli per raggiungere un silenzio trasparente e impalpabile. Inseguo l’errore e la scia dell’illuminazione. Agisco d’istinto per catturare qualcosa che un attimo dopo è già svanito nella prospettiva di un spazio che più passa il tempo più si assottiglia e diventa irreale.

Ho passeggiato nel deserto dell’Arizona. E’ stato bello. Mi è sembrato di attraversare la città dei miracoli dove ogni cosa appare per la prima volta e per una volta sola. La terra si stende nuda sotto il cielo, insensibile a ogni riferimento. Perché dovremmo opporci al concetto di deserto? E’ un luogo di rivelazione, di rinascita, di solitudine, di quel desiderio d’infinito che tanto ci spaventa.

Ma è pur sempre meno terribile degli specchi. Ci ho pensato su. Gli specchi ci chiamano a giocare una partita tremenda. Ci spingono a guardare la nostra immagine come se provenisse da altrove. Piombiamo in uno spazio attraverso una porta girevole per scoprire la banale miscela del quotidiano, così delicata e sublime.

Chi è quello alla finestra? Oh, è un uomo che osserva il mondo là fuori, si porta il dito alle labbra e impone a tutti un po’ di silenzio.

Qualcosa che mi ha fatto pensare "Sakura!"
Qualcosa che mi ha fatto pensare “Sakura!” – Milano 2014

Microstoria #26

Buona Pasqua!

Top Lots

La punta scivola morbida, pochi rapidi tratti producono

figure leggere, vivaci, non ancora complete eppure già pronte ad andarsene, si muovono, si piegano, fanno leva sul nulla, si arrampicano verso il nulla e spariscono oltre il perimetro che le contiene,

in silenzio, prive dell’ombra e forse anche per questa ragione

furiose.

 

Tutto quello che cerco di dire mi viene da questi solchi,

fisionomie che si dilatano e si avvicinano fino a  toccarmi, mi scrutano dentro per capire se sono vivo e convincermi, ora abbassando lo sguardo ora lo rialzandolo, additandosi, additandomi che il tema del doppio, di questo essere e non essere allo stesso tempo, del vuoto attorno al pieno, non è poi così importante

eppure

 

Ho il sospetto che questi segni sottili e flessibili, mutevoli come l’acqua abbiano trovato riparo e protezione da qualche parte,

come se a un certo punto in quest’era incerta e esasperata loro e poche altre specie avessero sviluppato la consapevolezza di poter sopravvivere, avendo  trovato un habitat accettabile.

 

Per imporre un po’ di ordine e regolarità a questo mondo in movimento ho coperto l’opera con un drappo, ma nella sala tutti hanno continuato a girarci intorno incuriositi. Più tardi ho osservato tre collezionisti lottare strenuamente per aggiudicarsi qualunque cosa vi fosse celata sotto.

“In giro c’è un mucchio di denaro e una gran fiducia nel futuro”;  il proprietario della casa d’aste si è detto

assolutamente convinto.

Giallo
Cinque sul giallo

#15

M. Villègle

quello che più manca in questi giorni è la forza

di innamorarsi un po’. Di sorprendersi.

Sentire nel cuore la vergogna, il vanto, la scelleratezza d’averci dentro una manciata di sospiri,

ancora.

 

Qui si respira un’aria internazionale, non c’è puzza di provincia.

Posso pensare a me, passeggiare fino a tardi, osservare il tempo e strappare i manifesti dai muri,

compiere le mie piccole infrazioni,

ecco.

 

Lacerare l’epidermide della città è un’angheria e un’arte salubre al contempo, si fa all’aperto, prendendo ciò che la città ha da offrire:

una parola, un volto, un refrain,

(ieri, dietro la locandina di un concerto, ho scoperto una piccola porzione di nudo).

 

Dopo anni passati a studiare le infinite possibilità del vuoto per afferrare e collegare tra loro i fili sparsi qua e là della materia,

ho finalmente scoperto la potente carica eversiva

dei muri grigi.

 

Penso spesso a lei, nello spazio angusto del suo laboratorio di ricerca, osservare, curvo sulla lente, la leggerezza di una qualunque sequenza poetica

e non accorgersi della grazia di una bocca un po’ asimmetrica

colta in un attimo di stupore.

 

Ora espongo le mie opere al vento perché le accarezzi, le investa, le scompigli un po’, per ridere.

Esse suonano, cantano, si muovono.. escono e tornano

da sole.

installazione
Installazione #1

# 13

Le comete e i cieli corti

I cieli sono corti quando le comete li divorano. Dalle sue parti gli aquiloni si chiamano così. Lui costruiva le comete e le faceva volare attaccate a uno spago attraverso il litorale. Passò metà della sua vita col filo tra le mani a valutare gli effetti della portata del vento, l’altra metà mescolando l’acqua alla farina per incollare carte leggere a canne secche di fosso.

Ai tempi della prima esibizione internazionale si affacciò accompagnato dal suo esemplare: un biplano giallo con un fiore rosso al centro che a molti ricordò il marchio di un supermercato. Palesemente semplice di fronte alle rivali architetture e di minore impatto scenico, il biplano di borgata fu tuttavia l’unico quel giorno a levarsi in volo, strattonato dai venti riottosi dei polder, scelti come terreno di gara.

Testimoni, tecnici, pubblico e giuria azzardarono le più curiose ipotesi sulle complesse implicazioni degli elementi quando agiscono in una particolare situazione. Altre questioni rimasero insolute.

Quando gli chiesero di  condividere il progetto, lui ne restò sorpreso. Scese dal podio, prese un quaderno dalle prime file e con la penna del supermercato vi tracciò il suo concetto di aerodinamica.  Restituì il quaderno. “Non ne avevo mai fatto uno prima d’ora” disse ripensando alla sua grafia fossile da terza elementare, “e ho ancora qualche dubbio al riguardo”. Lo aspettarono pazientemente per dieci anni.

 

Installazione - Ferrara
Installazione artistica nella corte di un palazzo storico – Ferrara

Microstoria #25

A1: the very best of

questo del cammino non è che un tratto

tra le dita, sotto i denti acini d’uva,

il rito arcaico dell’attesa, nessuna svolta storica

 

l’autista sloveno poggia al parapetto del viadotto

osserva il cielo e pensa alla selva di Trnovo,

alla foschia del mattino che abbandona le faggete

 

dal cartello di rilevazione elettronica della velocità

i gracchi spiccano il volo, giocano

con le correnti ascensionali

 

venticinque giri, due ore e una carriola bastano

per allontanare pezzi di ponte

dalla minaccia d’innovazione

 

un caftano africano sale dal fondo

ondeggia sull’asfalto e sorride

fratello!  a che serve mi chiede

 

fermare un’anima indecisa se restare,

se di partire ormai le preme?

(nessuna svolta storica)

 

l’autista sloveno sbuffa, ricorda un orso

caduto nella grotta carsica

nella selva di Trnovo

Installazione fotografica di Giorgio di Noto al SI Fest di Savignano sul Rubicone – sett.2013
Installazione fotografica al SI Fest di Savignano sul Rubicone – sett.2013

#10